sabato 30 giugno 2007

La musica dei cd è alta.

Ne ha parlato Luca Castelli su La Stampa qualche giorno fa.

A parlarne per primo è stato il Times:
Britain’s leading studio engineers are starting a campaign against a widespread technique that removes the dynamic range of a recording, making everything sound “loud”.

In classifica ci sono solo dischi con volume alto, registrati al livello "11". Lo stesso Bob Dylan ne parla con rammarico, per via del fatto che non sono più chiramente distinguibili i suoni come un tempo. Quello che importa ora è il rumore, più è alto e più è figo.
The process takes place at mastering, the final stage before a track is prepared for release. In the days of vinyl, the needle would jump out of the groove if a track was too loud.


Su internet c'è addirittura una campagna per rimasterizzare l'album dei Red Hot Chili Peppers "Californication", considerato l'album con la peggiore compressione del suono, al punto che gli esperti e tecnici del suono lo hanno da sempre ritenuto inascoltabile. Il fatto che proprio quell'album abbia segnato il ritorno alla popolarità di un gruppo smarrito e con almeno 5 singoli arrivati nella top ten chiarisce ancor di più, se ce ne fosse bisogno, quanto il mercato sia disinteressato al suono.

Peter Mew, senior mastering engineer at Abbey Road studios, said: “Record companies are competing in an arms race to make their album sound the ‘loudest’. The quieter parts are becoming louder and the loudest parts are just becoming a buzz.”
Downloading has exacerbated the effect. Songs are compressed once again into digital files before being sold on iTunes and similar sites. The reduction in quality is so marked that EMI has introduced higher-quality digital tracks, albeit at a premium price, in response to consumer demand.

Le Man Avec Les Lunettes - Saturate It, Than Reverse! EP (2004)




Ecco un nuovo gioiellino dell'indie italico, di quelli che si nascondono subito per non far vedere troppo in giro. La band è di Brescia ed ha alle spalle un breve passato in territori folktronici. Anche qui la folktronica è ben radicata, ad essa si aggiungono molte delle atmosfere degli Air più pop e molto, ma molto Brian Wilson (su tutte "Sybil Vane", anche un po', troppo, Beatles). Il tutto confezionato in maniera amatoriale, il più vicino allo spirito lo-fi, pur aprendosi all e molte strumentazioni che partecipano coralmente al disco. Brani brevissimi che mai scollinano oltre i due minuti, ad eccezione della conclusiva "Apretty Shore", divagazione spacey, viaggio nell' elettronica meno fatto di rumorini e altro. Il loro indie-pop è piaciuto fin da subito in Svezia, terra da sempre molto recettiva e creativa quando si parla di indie pop. La sospensione vocale, l'oniricità dell'atmosfera e la leggerezza musicale fanno il paio con una chitarra spessa suonata con riverberi, vera dicotomia, ma neanche tanto di questo EP, tanto comunque da far venire in mente i Cloud Cult o i soliti Grandaddy. Ecco siamo da quelle parti, con tutte le dovute proporzioni.

MP3: Playlist

domenica 17 giugno 2007

Papercuts - Can't Go Back (2007)


I Papercuts sono Jason Quever, ragazzo tirato su in una comune, viaggiatore adolescente per la California, appassionato di musica. Inizia ad approcciarsi al mondo indie tramite Casiotone, Vetiver e Devendra Banhart, immancabile se vivi a San Francisco. "Can't Go Back" è il suo secondo disco, prodotto proprio da Devendra Banhart, ma - sia detto subito - di freak folk ha ben poco. La musica dei Papercuts è un più lineare indie pop, connotato fortemente della tradizione americana (la musica country la si risente in certe melodie vocali e strumentali come in "Outside Looking In"). In realtà il lato americano è la colonna vertebrale su cui poggia tutto il discorso del gruppo: il sound Wilco, ma anche Calexico o i Byrds. Si ascolti "John Brown", delicato pop quasi zuccheroso imbastito su una melodia da spaghetti-western.
Accanto a questa forte radicalizzazione territoriale e culturale si affianca anche una passione per l amusica oltreoceano, soprattutto inglese: il tocco melodico british persiste nella maggior parte dei brani. E dunque si ritorna ancora a capo, ai Byrds, che per primi condirono il country-rock con il pop inglese beatlesiano.
Poi, certo, ci sono altre cose, schegge impazzite, più propriamente indie come "Summer Long" (i primi Smashing Pumpkins mescolati con i Radiohead di "The Bend").

Link: http://www.myspace.com/thepapercuts
Mp3: Papercuts - John_Brown.mp3

giovedì 14 giugno 2007

All Smiles - Ten Readings of a Warning (2006)




Certo che non deve essere ricominciare da capo. Se poi il tuo passato lo hai trascorso con una delle icone indie per eccellenza come i Grandaddy, gli occhi impietosi del chiunque che ascolta si fanno più penetranti, e tu devi reinvertarti, per sopravvivere. O forse no. Jim Fairchild è stato il chitarrista dei Grandaddy, fino a che, seduti ad un bar nel nord-ovest americano, non hanno deciso di dire basta davanti a un paio di birre. Ora lo ritroviamo con un nuovo progetto, gli All Amiles, dietro al cui nome si cela in realtà solo lui, musicista tout-court e cantante; si è fatto aiutare in fase di registrazione da vecchi amici (Modest Mouse, Black Heart Procession), ma alla fine la firma è la sua. E' indie-pop e non poteva essere altrimenti, si rischia anche di sottovalutarlo, perchè ti scivola via, troppo veloce. Occorre del tempo, neanche troppo a dir la verità, le melodie iniziano ad avere un senso, così come il lo-fi mischiato al cantautorato e poi di nuovo lo-fi. Un Elliott Smith senza la sua aurea letteraria, leggere ballate pop, a cui manca il tocco graffiante che fu dei Grandaddy. "Moth In A Cloud of Smoke" è forse il brano più marcatamente Grandaddy e tra i migliori del disco: in realtà si ascolta tutto molto volentieri, lo si riascolta più volte senza stancarsi e lo ci si infila pure nel'i-pod, ma poi ci si chiede se è il canto del cigno o l'inizio di una brillante carriera solista. Si rimane col dubbio.

Link: http://www.myspace.com/allsmilesmusic
http://dangerbirdrecords.com/allsmiles/

mercoledì 13 giugno 2007

Nicolai Dunger - Here's My Song, You Can Have It...I Don't Want it Anymore (2004)



Eccentrico, indipendente e mal sopportato dai suoi produttori per i pochi guadagni che tiravano fuori dai suoi dischi troppo out, troppo sperimentali. Poi cambia il millennio e nel 2001 Dunger si ritrova a cazzeggiare tra country rock e americana. I dischi iniziano a vendere, lui inizia a girare con più assiduità il mondo, e riceve attestati di stima da Will Oldham. E' qui che si inserisce questo secondo disco della seconda stagione musicale di Nicolai Dunger, quella più easy. Ecco dunque l'americana desertica, calexicheggiante di "Hunger", le calligrafie vocali e atmosferiche del Van Morrison di "Moon Dance". In generale è un disco di cantautorato acustico, tendenzialmente folk, ma ben curato negli arrangiamenti e con venatura classicheggianti (chamber pop), dovute evidentemente ad un passato di 5 album concessi alla sperimentazione e all'incontro anche con jazzisti di fama. "Slaves" colpisce chiunque, ampio spettro melodico e vocale (in odore di Jeff Buckley, come anche e di più in "Someone New" o "White Wild Horses") asservito all'easy-pop. Al disco collaborano fattivamente - e non solo come produttori - i Mercury Rev che ritagliano perfetti sfondi bucolici, preziose scenografie dove far vivere le ballate folk di Nicolai Dunger. 6,5/10

Link: http://www.myspace.com/nicolaidunger